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Diagnosi e identità

  • Immagine del redattore: sonia bonacina
    sonia bonacina
  • 9 set 2025
  • Tempo di lettura: 3 min


cornice su prato con mani che si rispecchiano
Una cornice per ritrovarsi

Quando si parla di diagnosi in psicologia, il rischio è immaginare subito un codice, un’etichetta, un timbro tratto da un manuale. Per anni questo è stato il linguaggio dominante nei contesti clinici e istituzionali: la persona ridotta a “caso”, definita dalla sua diagnosi.


Eppure, nella mia esperienza clinica, la diagnosi non è – e non deve essere – questo.


La diagnosi come cornice, non come gabbia


Il termine “diagnosi” deriva dal greco diagignoskein: conoscere attraverso. Conoscere attraverso l’esperienza, la storia, le parole di chi si racconta.


Per me, la diagnosi è una cornice: uno strumento prezioso che può aiutare a dare forma e senso a un percorso, ma che non deve mai esaurire l’opera che contiene. La vera opera è la persona, con le sue sfumature, le sue caratteristiche uniche, le sue risorse.


Sotto la stessa categoria diagnostica convivono funzionamenti profondamente diversi. Una diagnosi di “autismo di livello 1” o di “disturbo da deficit di attenzione e iperattività”, per esempio, non descrive mai una persona nella sua complessità, nella sua unicità. Ci dice solo che quella persona condivide alcuni criteri con altri, ma non ci dice come vive, come sente, come si adatta, quali risorse ha sviluppato per stare al mondo.


La prospettiva rogersiana


Carl Rogers, padre dell’Approccio Centrato sulla Persona, metteva in guardia dal rischio di utilizzare la diagnosi come un marchio che riduce e irrigidisce. Scriveva che “la diagnosi psicologica, così come viene usualmente intesa, non è necessaria alla psicoterapia e può essere persino di detrimento al processo terapeutico”.


Per Rogers, la diagnosi autentica è quella che nasce dall’esperienza del cliente: un processo di consapevolezza che prende forma nel qui ed ora, dentro la relazione terapeutica, e che permette di ridefinire il proprio modo di percepire e vivere. In altre parole, la diagnosi non è una classificazione dall’esterno, ma un’esperienza trasformativa dall’interno.


Comprendere il funzionamento, non ridurre la persona


Altri clinici, come Lingiardi, sottolineano come una diagnosi abbia senso solo se diventa descrizione del funzionamento: delle risorse, delle vulnerabilità, delle modalità con cui ciascuno organizza il proprio mondo interno e le proprie relazioni.


In quest’ottica, la diagnosi non è una sentenza ma una mappa condivisa. Una mappa che funziona se non mette distanza, se non serve a controllare, se non diventa un atto freddo e burocratico, ma una bussola per orientarsi insieme nel percorso terapeutico.


Diagnosi e identità come processo condiviso


La diagnosi non è mai un atto singolo, ma un cammino: una ricerca che si fa con la persona, non sulla persona. Ogni colloquio, ogni silenzio, ogni parola diventa parte di questo processo.


Quando accompagno una valutazione nell'ambito di funzionamenti neuroatipici, non mi limito a consegnare test e referti: li leggiamo insieme. Ogni item diventa spunto per aprire un dialogo, per illuminare parti di sé che prima erano rimaste in ombra. È un lavoro di tessitura: i pezzi trovano posto in un disegno più ampio, che non è mai identico a quello di un’altra persona.


Identità, non etichette


La diagnosi così intesa non è un timbro né una gabbia. È una cornice che restituisce senso alla storia di ciascuno. È un modo per alleggerire il senso di colpa, per dare sollievo, per validare l’esperienza. È uno strumento che permette di costruire un linguaggio nuovo per parlare di sé con più autenticità e autodeterminazione.


Non basta sapere “che cos’ho”: la vera svolta arriva quando posso riconoscere come funziono, quando posso dare significato ai miei modi di essere e di sentire. È qui che la diagnosi diventa identità, e non etichetta.


In conclusione


La diagnosi non deve mai sostituire la persona, ma accompagnarla. Non deve ridurla, ma ampliarla. Non deve fermarla, ma sostenerla.


Come una cornice, ha senso solo se lascia emergere l’opera che racchiude: la vita, unica e irripetibile, di chi la abita.


Come una cornice di un quadro, che per quanto preziosa, accurata o pregiata, da sola non “racconta” nulla. Per arricchirsi di significato, deve contenere la sua opera d’arte: quello che esprime il paziente, la sua percezione del mondo, di sé e della diagnosi. Penso allora al paziente come ad un artista, che costruisce, pennellata dopo pennellata, incontro dopo incontro, la sua opera.

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